I filtri dei motori di ricerca e dei social network e la bolla informativa: the real filter bubble

I filtri dei motori di ricerca e dei social network e la bolla informativa: the real filter bubble

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I motori di ricerca ed i social network raccolgono tutti i nostri dati ed analizzandoli tramite i loro algoritmi ci fanno vedere esclusivamente ciò che ci potrebbe piacere, di probabile nostro interesse: la bolla informativa!

Ci fanno vedere e conoscere un vera e propria informazione parziale, distorta, selezionando i risultati che meglio si adattano alle nostre scelte effettuate nel passato, ritenendole le sole rilevanti: una visione completamente irreale.
In pratica non c’è più il bianco e nero, osservare le due facce della stessa medaglia, ma solo una sola, per sempre!

Google è dal 2009 che propone “ricerche personalizzate per tutti”!
Quando sei loggato col tuo account, gmail ad esempio (tutti hanno un account gmail sopravanzato oramai, il fu hotmail.com) col tuo bel IP georeferenziato ti propone solo i risultati limitrofi.
Basta cercare, ad esempio, boat charter ops…charter vela.

E’ l’azione dei filtri bolla o, meglio, “the real filter bubble”!

Sul principale social network, Facebook, è anche peggio!
Oggi con migliaia di contenuti prodotti, editati, condivisi gli algoritmi non sanno più come proporti ciò che ti piace che a tua volta potrai condividere interagendo in vari modi.
Ti sei chiesto perchè non riesci più a seguire alcuni tuoi amici? Quelli che la pensano diversamente da te, con cui interagisci poco a cui solitamente non metti “mi piace”?

La maggioranza delle persone crede ancora che Google sia neutrale (“Don’t be evil”), pensa te!

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Google è un’azienda che vive di pubblicità, come anche Facebook.
Vivono grazie agli inserzionisti, i quali investono solo se hanno un ritorno per cui il pubblico di questi viene segmentato, campionato appositamente così che sia “probabile” che interagisca con le promo degli inserzionisti medesimi.

Nelle ultime campagne politiche ciò si è reso molto evidente, prima in UK, poi negli USA ed, infine, anche in Italia; soprattutto con due schieramenti in contrapposizione ciò risulta più evidente.
Durante il referendum italiano, schierandoti avresti sempre più visualizzato i contenuti da te condivisibili.
In Facebook sempre più ti sarebbero passati davanti i contenuti a favore del si o del no a seconda delle tue partecipazioni/interazioni.
I filtri ti mostrano una realtà parziale, facendoti vivere perennemente in una bolla. Una realtà virtuale, che ti potrebbe appagare anche, rendendoti fiero, forte psicologicamente. In pratica ti convincono…così nella bolla, passano le balle. Inizi a credere a tutto, perchè casomai l’hanno condiviso i tuoi amici che la pensano come te.
Il fenomeno alimenta la polarizzazione delle opinioni da qui il passo è breve per il fenomeno cognitivo del “bias di conferma” arrivando alla morte del “pensiero critico”.

Dal popolo bue della TV, ammaliato dai contenuti popolari al gregge telematico dell’informazione uniformata, un sogno di George Orwell divenuto realtà grazie agli algoritmi, alla matematica, ai social network, ecc.
Siamo passati dal TG4 di Fede ed TG3 di Curzi, da Libero/Il Giornale e Repubblica all’informazione online allineata al nostro pensiero.
Dall’editoria dei giornali, delle TV si è passati all’informazione User Generated Content (UCG).

Immersi in informazioni che l’algoritmo ritiene essere rilevanti per noi eliminando ciò che potrebbe non esserlo, in pratica tutto ciò di chi la pensa diversamente da noi: pazzesco!
Un vero pericolo per l’informazione reale anzi, una vera e propria algoritmocrazia!
Daltronde la demogogia (da non confondere col populismo) oramai sempre più imperante, utilizza gli stessi strumenti di comunicazione privilegiata dei social network twitter e facebook in primis ma, anche, i blog.

Lo scrittore per ragazzi, Aidan Chambers ha studiato il ruolo della lettura nei processi di formazione e costruzione della persona. La sua tesi è che “non sono le esperienze che viviamo a cambiarci e a formarci, come comunemente si crede, ma le storie che noi raccontiamo di quelle esperienze. Finché non abbiamo ridato forma alle nostre vite in un racconto strutturato in narrazione, non possiamo trovare e contemplare il significato delle esperienze che abbiamo vissuto”.